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La chiesa di Santo Stefano e Santa Cecilia al Ponte Vecchio
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L’edificio sacro è di antica origine: documentato già nel 1116, la sua fondazione risale verosimilmente al 969 (Ecclesia Sancti Stephani ad claustrum ovvero detta in seguito ad pontem veterem - anche de capite pontis - o ad portam ferream, dalla vicinanza all’antico ponte sull’Arno e alla porta urbana di Santa Maria, corrispondente a quella decumana d’età romana); aveva un impianto basilicale a tre navate, suddivise da colonne marmoree. La chiesa era anche detta Santo Stefano de’ Lamberti, dal nome della famiglia ghibellina che fece numerose elargizioni in suo favore e forse ne fu patrona. Ricostruita ad unica navata ed ampliata a partire dal 1233 circa per volere del priore Fede, della precedente fase romanica della chiesa permane la porzione inferiore della facciata a filaretto, qualificata dai due portali laterali, sormontati da eleganti bifore, con le colonnine e le ghiere degli archetti in marmi bicromi. Il settore superiore della facciata, con tre ampi finestroni e un coronamento ad archetti ciechi, ed il bel portale centrale (in marmi bianchi di Carrara e verdi di Prato) risale all’ultima fase gotica del cantiere medioevale (la parte di destra è stata ricostruita dopo i danni subiti durante la Seconda Guerra Mondiale). Ancora esiste, lungo la parete longitudinale sinistra della chiesa, una cappella con pilastri in pietra forte, i cui capitelli a foglie d’acanto, però, sono stati ampiamente restaurati in epoche recenti. Il tetto a capriate, già datato al 1273, dovrebbe, invece, risalire ad un secolo più tardi, voluto dal priore Ubaldino di Bonamico (m. 1400), in seguito vescovo di Cortona e poi Arcivescovo di Sassari. Al XVI secolo (1568?) risale la costituzione, in alcuni ambienti della canonica e poi convento, della Compagnia di San Luca, che radunava numerosi artigiani e orafi della zona. La cappella si trovava ubicata parallelamente al vicoletto Marzio, con l’altare presso la parete rivolta verso via D. Girolami e l’Arno (ancora esiste, all’interno di moderni ambienti, ricavati nell’ex aula dopo la soppressione settecentesca). Alla seconda metà del Cinquecento sono databili anche gli altari frontonati laterali, lungo la nave, ancora esistenti e le due porte laterali, che immettevano una nel chiostro ed una nel lungo corridoio conducente a via Lambertesca. Originariamente gli altari erano dodici, dei quali due in controfacciata; quelli più prossimi al presbiterio erano stati realizzati nel 1576 (altare di destra, del SS. Crocifisso, di patronato di Giovanni di Domenico Mori) e nel 1605 (altare della Madonna della cintola). Nel 1585 la chiesa, che costituiva una prioria, fu concessa agli Agostiniani della Congregazione di Lecceto. Tra il 1631 ed il 1641, quando era Granduca di Toscana Ferdinando II, il marchese Anton Maria Bartolommei (il cui palazzo sorgeva nei pressi, in via Lambertesca) iniziò la ricostruzione dell’interno, già ideato nel 1630 (la prima pietra fu posta il 13 dicembre 1631). Nel 1640 furono iniziate a mettere in opera le membrature architettoniche della cripta e nel ‘41 quelle della superiore cappella maggiore ad opera dello scalpellino Benedetto Betti e dei suoi compagni. Dopo tale data si ebbe un rallentamento nelle opere del cantiere, forse in conseguenza della morte del Bartolommei. Architetto della “fabbrica” fu lo stesso Bartolommei, coadiuvato in parte dall’ingegnere Andrea Arrighetti (1592-1672), almeno per quanto concerne il convento. Il settore absidale, con la cripta e la parte presbiteriale, compresa la cappella del fonte battesimale sulla destra, venne ultimato solo nel 1655 dagli eredi del marchese Bartolommei. Sempre a sinistra, e specularmente rispetto alla mostra dell’organo che si trova sulla destra, fu realizzato il balcone cui si aveva accesso direttamente dal palazzo e dal quale i membri della famiglia Bartolommei ascoltavano la messa. A partire almeno dal 1650 lavorò alla “fabbrica” Ferdinando Tacca (1619-1682), per l’ultimazione dell’altar maggiore in marmi e pietre dure, già ideato da “Arigucci” (cioè l’Arrighetti?) nel 1634. Il maestoso e scenografico presbiterio, quasi un fondale teatrale, innervato di un doppio ordine architettonico corinzio in pietra serena, si basa sulle figure geometriche del quadrato, del rettangolo, dell’ottagono e del dodecagono, che generano, questi due ultimi, le sezioni delle paraste del coro e delle colonne nella cripta, gli archi, gli oculi e le cupole (del presbiterio e della cappella del fonte battesimale), nonché le nicchie della splendida cripta e le membrature architettoniche (compresa la lanterna) nel corridoio del contiguo convento, che dava diretto accesso al presbiterio e al coro. I segmenti (un semidodecagono con sette lati) sostituiscono le linee curve degli archi, mentre le paraste del coro presentano, desuetamente, dei fusti con una scacchiera a rilievo, nella quale compare il giglio presente nello stemma araldico dei Bartolommei (tre gigli e una scacchiera dorati su fondo rosso), e alti capitelli con triplice ordine di foglie d’acanto, latamente ispirati ad esempi medievali. Tale architettura, assolutamente unica a Firenze, ereticamente eterodossa ed anticlassica, costituisce uno dei più significativi esempi di esuberante originalità barocca in Toscana, dove le mutazioni anamorfiche sono pregne di una fortissima componente simbolica, cabalistica e iniziatica (basata sui numeri ‘magici’, esoterici e sacri del 3, del 7 e del 12), e le varie cupole a pianta poligonale, in un serrato rapporto proporzionale e di concatenazione con le altre membrature architettoniche, creano un criptico universo che pone al centro Cristo, sole mistico, come è al centro dell’universo conosciuto il sole, in una visione copernicana e galileiana cara al Bartolommei e all’Arrighetti. Imponente anche il coro, con il rammentato soffitto ligneo a profondi lacunari del 1650-1651, opera del legnaiolo Jacopo Santi, che si ispira direttamente ad esempi iberici, come del resto l’intera architettura si richiama a prospetti di edifici sacri spagnoli, vicini al sentire ‘controriformato’ degli Agostiniani Riformati e ben noti al Tacca. Nel 1783 i Canonici Regolari Agostiniani furono trasferiti nel convento di Sant’Agostino e di Santa Cristina sulla Costa e alla chiesa di Santo Stefano (ridotta a chiesa parrocchiale) fu unito il titolo della soppressa chiesa di Santa Cecilia (23 novembre 1783); l’edificio venne riconsacrato nel 1787. L’altare maggiore fu ricostruito nel 1836; in seguito la chiesa fu profondamente restaurata ed in parte manomessa. Negli anni 1894-1895 l’architetto Luigi Del Moro (1845-1897) rimosse l’altar maggiore di una sessantina d’anni precedente e lo pose nella rammentata cappella lungo la navata, a sinistra. Al suo posto fu collocato l’attuale altar maggiore, proveniente dalla chiesa di Santa Maria Nuova, opera elegantissima del Giambologna (1529-1608), risalente al 1591, fronteggiato dalla splendida e movimentata scala manierista, tolta dalla chiesa di Santa Trinita, opera, invece, di Bernardo Buontalenti (1536-1608). L’edificio subì gravi danni nell’agosto del 1944, in seguito alle mine fatte saltare dai Tedeschi in ritirata, e nel gennaio 1947 vi furono esposti i 22 progetti presentati al concorso per le ricostruzioni attorno a Ponte Vecchio. La chiesa patì altri danni con l’alluvione del 1966 e con la bomba di via dei Georgofili nel 1993, ma ogni volta è stata scrupolosamente e amorevolmente restaurata. Tra le principali opere d’arte custodite nella chiesa rammentiamo il paliotto bronzeo già per l’altar maggiore, di Ferdinando Tacca (1656); l’Apparizione della Vergine a San Lorenzo, di Matteo Rosselli (sec. XVII, secondo altare di destra, già dedicato a Santo Stefano); la Morte di Santa Cecilia, di Francesco Curradi (1641 circa); un Crocifisso ligneo della fine del Quattrocento (quinto altare di destra); La Vergine con Sant’Agostino e Santa Monica, di Santi di Tito (post 1585, quinto altare di sinistra); una Madonna con il Bambino, del secolo XV (terzo altare di sinistra); inoltre vi era la statua di Santo Stefano, di Giovanni Gonnelli, detto il Cieco di Gambassi (1650 circa), purtroppo andata distrutta nel 1993. Giampaolo Trotta |
L'interno della chiesa |
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Scorcio del presbiterio |
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Veduta della cripta |
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