Museo di Santo Stefano al Ponte Vecchio

 

 
 

 

Per quasi vent'anni ho trasferito, da chiese dismesse o a rischio di furti, opere importanti o meno che sono state il patrimonio (il "tesoro") o, quanto meno, il corredo necessario per rendere dignitosa una chiesa, svolgere senza problemi l'attività liturgica (messe, vespri, processioni, sacramenti, e quant'altro) e far pregare la gente. Opere che inizialmente ho messo "al sicuro" in ambienti diversi, come l'Arcivescovado e il Seminario.
 

Quando (nel 1983) ebbi a disposizione i locali della canonica e degli spazi adiacenti alla chiesa di Santo Stefano al Ponte, costituii il Deposito diocesano per le opere d'arte tolte dalle chiese; un'operazione ufficiale che coinvolse anche la Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici. Ma non furono sempre rose: due volte si è corso il rischio dello straripamento dell'acqua dell'Arno, come nel 1966. Poi, nella notte del 27 maggio 1993, l'attentato con l'auto-bomba in via de' Georgofili, con lo sconquasso e i danni subiti dagli immobili e dalle opere, mise in dubbio la sicurezza del deposito. Basti pensare, in proposito, che la vecchia stanza degli arredi liturgici di Santo Stefano, stipata di tante opere di arte minore (candelieri, cartegloria, campane, ex voto ecc.), disposte su scaffali e su un soppalco in legno, crollò in gran parte (era appena a sette metri dall'esplosione) e quasi tutto finì tra le macerie. Macerie che restituirono solo una parte degli arredi - si può immaginare in che stato - perché nella notte i curiosi più o meno interessati trovarono il modo di portarsi a casa un ricordino prelevato dal monte degli oggetti caduti e a portata di mano di chiunque. Così, è mancata all'appello, fatte in seguito le ricognizioni sul rimanente, una notevole quantità di oggetti. Questo, per dire che la frase "mettere al sicuro" va presa con molte riserve. Ma, probabilmente, anche questo fa parte dei rischi che corrono tutte le cose che hanno cessato di essere utilizzate per gli scopi per cui furono ideate e realizzate.

 

Alcuni centri parrocchiali, corrispondenti ai capoluoghi di Comune, sono stati i primi ambienti di ricovero delle opere più importanti tolte dalle chiese del territorio vicariale. Così, per esempio, Castelfiorentino, Certaldo, Empoli, Vicchio e altre. Ma, tornando ai problemi della tutela, della sicurezza e, soprattutto, della riproposta delle opere d'arte tolte dalle chiese perdute, il modo più ovvio non poteva che essere quello di creare delle raccolte di tipo museale nei pressi delle chiese più importanti (anche sul piano pastorale) della Diocesi. Un progetto della seconda metà degli anni Settanta prevedeva un'enorme raccolta presso la Certosa del Galluzzo. Ma problemi di varia natura, che si presentarono subito, fecero abbandonare presto anche il progetto del museo centralizzato. Si pensò, più realisticamente, a piccoli musei locali: ogni Vicariato doveva avere la sua raccolta, costituita dalle opere tolte dalle chiese del suo territorio. Per farla breve, nel 1986 nasceva il primo dei musei vicariali: San Martino a Gangalandi, a Lastra a Signa.
 

Dal Seminario furono portate le opere del defunto Museo arcivescovile; dai Depositi degli Uffizi la notissima opera di Ambrogio Lorenzetti, datata 1319, la Madonna col Bambino (ora nel Museo di San Casciano); dai laboratori della Fortezza la "predella" di Paolo Uccello (1984); la tavola del San Michele e storie o "tavola di Vicolabate", di Coppo di Marcovaldo (anche questa a San Casciano), ripresa nel 1983 dopo la mostra «Metodo e scienza». Solo per citare le opere più illustri.
In pochi anni il deposito divenne un piccolo museo visitabile a richiesta, con tutto il materiale per allestire altre piccole raccolte locali. Quando, in seguito all'esplosione del 1993, molti personaggi importanti vennero a constatare i danni agli Uffizi, Federico Zeri, da storico dell'arte pari suo, nel Deposito di Santo Stefano, oltre le battute facete, sempre gradite nei momenti di sconforto, osservò in tono molto serio: «Se queste opere venissero riunite in un museo, si avrebbe una raccolta fra le più importanti della città». Questo intervento autorevole ebbe il suo effetto. Poco dopo la Regione Toscana metteva a disposizione della Diocesi 400 milioni per intervenire sul deposito e riordinarlo come museo. Così, il 15 dicembre 1995 si inaugurava il nuovo museo definito, dalla soprintendente Cristina Acidini, «un inatteso quanto prestigioso dono alla città».
 

Santo Stefano al Ponte venne chiamato, per ragioni diverse, Museo diocesano. Era il quinto fra i musei vicariali allestiti fino a quel momento. Cioè, dopo Lastra a Signa (1986), Impruneta (1987), San Casciano Val di Pesa (1989), Tavarnelle Val di Pesa (1989), e il riordinato, con spazi e percorsi nuovi, Museo di Empoli, il primo museo della Diocesi, finanziato dal Governo Provvisorio di Toscana, e aperto nel 1863 (1990). Una collana di perle (com'era il titolo della bella mostra del 1994 sui musei della Provincia) che rappresenta un esperimento di pianificazione museale territoriale omogenea (Musei di Arte Sacra) unico in Italia. Nella mappa dei musei locali erano previsti altri musei, puntualmente aperti: il Museo di Montespertoli nel 1996, quello di Castelfiorentino nel 1999, quello di San Donnino a Campi nel 2000 e quello di Certaldo nel 2001. In tutti questi casi la collaborazione tra Soprintendenza, Regione, Enti locali, Istituti bancari e Diocesi, tramite l'Ufficio per l'Arte Sacra, ha raggiunto lo scopo non solo di riportare nelle zone originarie le opere d'arte appartenute a tante chiese dismesse, ma di riproporre un patrimonio d'arte e di fede, di storia locale e di civiltà, a chiunque sia sensibile, interessato e desideroso di recuperare i legami con un passato che travalica il tempo e diventa nostro presente.

 

Don Sergio Pacciani
Direttore dell’Ufficio Arte Sacra
della Curia Arcivescovile di Firenze